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Ciao e benvenuto al primo articolo che ho il piacere di scrivere per Ekis Sport.
Da più di dieci anni mi occupo di insegnare alle persone a difendersi in situazioni critiche con una attenzione particolare all’allenamento mentale. Insegno quella che viene generalmente identificata come difesa personale.
Io preferisco chiamarla Sicurezza Personale, innanzitutto perché così ha una connotazione più positiva e proattiva e soprattutto per il fatto che ciò che viene normalmente identificato come autodifesa (le tecniche) è solo una parte, benché ovviamente essenziale, del mio sistema di sicurezza personale.
Ho studiato la PNL (Programmazione Neuro Linguistica, la disciplina che studia l’eccellenza) e le tecniche di coaching e le ho progressivamente introdotte nei corsi.
Ho studiato, alla luce di queste conoscenze, i modelli di eccellenza di persone particolarmente sicure e capaci di difendersi, anche in contesti ad alto livello di violenza, come i conflitti armati. Ho confrontato le storie di persone che sono sopravvissute ad aggressioni, a guerre e a prigionia e ne ho estratto le strategie.
Ho scoperto un principio che sta alla base del potenziale di autodifesa di ogni persona: “Le persone sono disposte a difendere solo ciò che reputano degno di essere difeso”. E questo vale anche e soprattutto per se stessi. Su questo punto ottengo grandi cambiamenti lavorando sulle credenze e sull’identità.
L’attitudine a difendersi, e anche ad adottare comportamenti di sicurezza, vale a dire che ci portano lontano dai conflitti, è direttamente legata all’autostima, all’immagine di sé e ovviamente allo stato d’animo in cui ci si trova (in coaching definito State).
Per contro esiste una disciplina che si chiama vittimologia, una branca della criminologia, che studia il comportamento delle vittime. Da quanto emerge da queste ricerche possiamo estrarre le strategie disfunzionali. E scoprire una relazione diretta tra fisiologia e propensione a subire una aggressione,
E’ quello che viene identificato come profilo vittimogeno delle persone e viene “letto” molto precisamente da parte del “predatore” che lo utilizza nella scelta della propria vittima.
Sulla base di queste e di molte altre considerazioni ho progressivamente creato l’idea di Security Coaching.
In questo modo utilizzo la PNL per allenare la mente ad essere pronta nelle varie fasi di una potenziale aggressione:
- Prevenzione: atteggiamenti di sicurezza, soglia dell’attenzione, fisiologia potenziante e profilo vittimogeno alto (vale a dire comportarsi, muoversi, parlare e respirare in maniera sicura, anche e soprattutto nei momenti maggiormente critici);
- Preconflittuale: fisiologia potenziante, state funzionale alla negoziazione, comunicazione assertiva, body language,atteggiamento proattivo;
- Conflittuale: fisiologia, ancoraggi, focus, azione;
- Postconflittuale: gestione del trauma, timeline, senso della storia.
Nel Security Coaching utilizzo in buona parte gli stessi strumenti dello Sport Coahing, anche se è importante tenere in considerazione alcune importanti differenze tra uno sportivo e una persona che subisce un’aggressione:
- Uno sportivo sceglie di affrontare quella sfida, una persona che viene aggredita la subisce;
- Uno sportivo professionista ha come principale focus delle sue attività prepararsi alla prestazione, l’altro no.
- Uno sportivo sa esattamente quando, dove e contro chi dovrà confrontarsi, l’altro no.
- Uno sportivo sa cosa rischia (il titolo, la carriera, il podio…), l’altro no (il portafoglio, una coltellata, la vita…)
Per questo è molto importante trovare degli ancoraggi forti che siano presenti e riproducibili in una situazione di cui si conosce poco o nulla.
Durante gli allenamenti insegno ai miei allievi a portare lo sguardo alla gola dell’avversario, mantenendolo il più sfocato e allargato possibile. Questo tipo di visione consente di avere tutta la sagoma all’interno del proprio campo visivo e di percepire in anticipo i micromovimenti che anticipano i colpi che stanno per arrivare.
Consente inoltre di evitare il gioco di sguardi che causerebbe il fissare negli occhi l’avversario, di spersonalizzare l’aggressore e di avere una maggior visione dell’ambiente. E anche di focalizzare un punto sensibile che sarà possibile bersaglio dei nostri colpi.
Ovviamente è un tipo di visione inusuale nella quotidianità e tipico della pratica delle tecniche.
Ecco quindi che ne posso fare un’ancora molto efficace.
In allenamento gli allievi utilizzano questa visione nei momenti di massima prestazione, capacità e sensazione di sicurezza. Lo utilizzano via via in situazioni di stress indotto sempre maggiore e si abituano a percepire lo spostare lo sguardo di qualche grado in basso come un interruttore per accedere allo State.
E’ uno stimolo visivo e cinestetico allo stesso tempo. Alcuni allievi aggiungono in contemporanea anche uno stimolo uditivo abituandosi a ripetere nella propria mente una parola chiave nell’istante stesso in cui spostano lo sguardo (ed esempio “pronto” o “combat” o quella che preferiscono).
In questo modo anche nella situazione più inaspettata e critica, quando si troveranno istintivamente a portare lo sguardo alla gola dell’avversario, sentiranno dentro di sé la parola chiave e accederanno a tutte le risorse create in allenamento, trovandosi nello stato in cui esprimere al massimo le proprie potenzialità.
Bello vero?
E ti dirò di più. Gli allievi dei nostri corsi, abituandosi ad affrontare in questa maniera, e con molto realismo ed immedesimazione, situazioni ad alta criticità, stanno in realtà programmando la propria mente inconscia ad affrontare così le piccole e grandi sfide della vita.
Fortunatamente una percentuale minima di loro si troverà a dover gestire un’aggressione armata, ma molti si troveranno ad affrontare una sfida della vita. Una difficoltà economica o di carriera, un lutto, una malattia, una crisi sentimentale.
E molti allievi e allieve mi hanno detto “Sai quando mi sono trovato nella massima difficoltà mi sono tornati in mente gli allenamenti e quello che ci hai insegnato, ho modificato la visione, ho sentito la parola e… ho sentito una forza incredibile dentro di me. E ho affrontato la situazione da vincitore.”
Questa per me è la parte più importante e gratificante del mio lavoro, del Security Coaching.
Nei prossimi articoli affronteremo vari aspetti più specifici, come ad esempio, “come faccio ad essere più coraggiosa/o?”
Grazie per aver letto questo articolo e buona giornata!
Di Federico Fogliano
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Riprendo lo splendido articolo di Pacci e lo straordinario strumento delle “strategie”, che so per esperienza diretta essere uno dei più potenti da utilizzare nell’allenamento mentale per rendere efficace il lavoro verso la propria eccellenza e per rendere la stessa una piacevole abitudine.
“Tutti vogliono vincere, ma non tutti sono disposti a prepararsi per vincere”…
e se sono disposto a prepararmi per vincere, lo faccio e tuttavia sento che i riscontri non sono congruenti con quanto ho investito… cosa c’è che devo cambiare ancora???
Ogni atleta, ogni sportivo, ama ciò che fa, sente una spinta interiore che lo proietta verso i suoi obiettivi, per i quali è disposto ad investire tanto, a volte tutto.
Si è sempre convinti di dare il massimo per crescere e migliorarsi e tuttavia, a volte, qualcosa non funziona come dovrebbe, sulla bilancia tra ciò che si è investito e ciò che si ottiene non v’è per nulla equilibrio e non si capisce il “perché”.
Capita di essere focalizzati nel modo corretto verso l’obiettivo, di sapere di avere tutte le risorse necessarie per raggiungerlo, di aver dato anima e corpo per conquistarlo eppure il risultato non arriva.
Quando parlo di risultato non mi riferisco tanto al piazzamento ottenuto in gara, che sappiamo essere una diretta conseguenza della prestazione espressa, quanto a tutto ciò che è necessario ottimizzare per rendere quest’ultima eccellente.
Penso al miglioramento di un gesto tecnico, di un’abilità, di una competenza, al perfezionamento di un particolare aspetto della competizione che, nella nostra preparazione alla vittoria, sentiamo essere necessari per metterci nelle condizioni di poter centrare davvero il bersaglio.
Penso anche alla difficile ed importante fase di recupero da un infortunio, quando si è costretti a modificare le strategie di allenamento e non solo.
Capita poi non di rado di aver posto la giusta attenzione a tutto, alla preparazione fisica, tecnica, tattica, del materiale e al mental training, o almeno così crediamo, e di aver raggiunto la nostra attuale eccellenza eppure è sufficiente un piccolo imprevisto o un elemento di disturbo per non riuscire ad esprimerci al meglio.
In tutte le attività sportive ci confrontiamo con aspetti di distrazione o di condizionamento negativo, sia interni che esterni, tuttavia in alcuni sport essi interferiscono più che in altri con la prestazione.
Noi elaboriamo gli stimoli che ci provengono dalla realtà esterna attraverso i sensi e dei filtri che la mente utilizza per generalizzare, cancellare e distorcere.
Da qui ci creiamo la nostra mappa del mondo o della situazione che stiamo vivendo e da questa scaturiscono poi il dialogo interno che facciamo e le sensazioni che proviamo. Tutto condiziona il nostro stato d’animo e la nostra possibilità di esprimere appieno le nostre risorse.
Le strategie altro non sono che un susseguirsi specifico di costrutti che danno poi origine alla nostra azione e al nostro comportamento. Essi si differenziano in:
- Visivi (Ve = Visivo esterno - Vi = Visivo interno);
- Auditivi (Ae = auditivo esterno - Ad = auditivo digitale);
- Cinestesici (Ke = cinestesico esterno - Ki = cinestesico interno).
Tutti questi si differenziano ulteriormente in ricordati (r) o costruiti (c), ed ognuno ha delle caratteristiche particolari che in PNL definiamo sottomodalità.
Ti è mai capitato di dirti “Mi sono allenato alla grande, ho tutto quello che mi serve, ma in queste condizioni non mi sento pronto…” o “Accidenti, ero pronto, avrei potuto davvero fare una grande prestazione eppure non sembravo neppure io” o “Ma questo gesto lo so fare alla perfezione, cosa mi è successo?” o ancora “So cosa voglio migliorare, so quello che voglio arrivare ad esprimere, ci sto provando con tutto me stesso eppure non cambia nulla”, magari dopo giorni e giorni di allenamento specifico con tanto di video e altri strumenti di ausilio.
Com’è possibile che atleti di altissimo livello, con grande conoscenza di sè, che hanno già superato molti momenti critici e hanno ormai da tempo automatizzato gesti di qualità eccellente, in certe condizioni sembrino il fantasma di loro stessi?
Troppo spesso utilizziamo male le nostre strategie e da complici della nostra eccellenza le rendiamo strumenti per limitarci.
Dentro ognuno di noi esistono già strategie di eccellenza, tutto sta nel prenderne consapevolezza ed imparare ad utilizzarle in ogni occasione utile, fino alla sfida più ardita; in questo ci può essere di fondamentale aiuto il nostro sport coach e anche a questo serve il mental coaching.
Amo molti sport, lo sci è al di sopra di tutti. E’ uno sport che regala emozioni splendide, ricco di variabili esterne, con le quali l’atleta deve imparare ad agire e re-agire. Siamo in tanti ad amarlo e spero tu sia uno sciatore, così l’esempio sotto ti verrà più facile; in ogni caso, è solo uno dei tanti casi in cui si può sperimentare l’importanza della giusta strategia e, se non sei uno sciatore, adatta l’esempio alla tua disciplina e alle variabili che la caratterizzano.
Immagina ora di essere al cancelletto di partenza in una splendida giornata di sole, in cima ad un pendio che ami, con un tracciato che ti piace e con le condizioni di neve a te ottimali… qual è il tuo stato d’animo, quali sono le tue convinzioni, come sarà la tua prestazione?
Immagina poi di essere nelle stesse identiche condizioni, ma tutto ciò che vedi di fronte a te è una coltre di nebbia, a malapena scorgi la seconda porta del tracciato… qual è il tuo stato d’animo, quali le tue convinzioni, come sarà la tua prestazione?
O se la visibilità è sempre ottima, ma sono solo le condizioni di neve ad essere pessime… qual è il tuo stato d’animo, quali le tue convinzioni e come sarà la tua prestazione?
Quante variabili possono influenzare una prestazione, eppure tu sei sempre tu, con le tue risorse e tutto ciò che sai fare in maniera eccellente, ma cosa fai di diverso?
Riprendi il primo esempio…
Entra completamente in situazione... lì fermo in cima a questo splendido pendio che ami, con il sole che rende tutto ancora più entusiasmante e la coltre di neve bianca sotto i tuoi piedi che senti bella compatta, proprio come piace a te… vedi quello che vedi… senti quello che senti o che ti dici... percepisci la sensazione che provi dentro di te…
… cos’è la prima cosa di cui hai consapevolezza… è qualcosa che vedi, che senti, che ti dici, che provi?
… e poi? Cosa succede immediatamente dopo? E poi? Subito dopo cos’altro fai? E così via …
Ora fai la stessa cosa con la seconda esperienza, quella in cui c’è la nebbia.
In cosa differiscono le tue due sequenze?
Questo è il primo passo verso l’uso efficace delle strategie, se sei interessato a qualche “chicca” in più contattami sulla Rubrica.
Le strategie sono con noi ogni istante, in tutto ciò che facciamo o non facciamo, sono uno strumento splendido, di una potenza incredibile che meritano di essere scoperte sempre di più…
sii curioso, divertiti ad esplorare la tua eccellenza e a diventarne protagonista!!!!
Alla prossima puntata
Di Tiziana De Martin
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Molte volte mi chiedono: “Pacci, qual è secondo te una delle chiavi del successo dei Team vincenti?”. La mia risposta è semplice, secondo me uno degli ingredienti fondamentali è l’allineamento!
Nello Sport Coaching, un lavoro importante del Mental Coach è quello aiutare a far sì che il Team sia allineato… ma cosa significa “allineato” e che differenza c’è fra “condivisione” e “allineamento”?
Un paio di settimane fa, Roberto ha scritto un interessante articolo sugli obiettivi; se questo lavoro è di assoluta importanza quando parliamo di un singolo atleta, diventa ancora più rilevante quando parliamo di un Team!
Condividere un obiettivo, un traguardo, una metodologia di lavoro, o qualsiasi altra cosa, significa conoscerla, approvarla, farla propria, e, soprattutto, comportarsi secondo quando concordato e deciso.
Avendo chiarito cosa intendiamo per condivisione, va da sé che, in questa accezione, è la conseguenza e il risultato ideale di un lavoro di pianificazione a monte e poi di comunicazione con tutti i componenti della nostra squadra. Naturalmente, non tutte le volte che comunichiamo ai membri del Team ci possiamo aspettare una condivisione piena delle nostre idee… e quindi, che possiamo fare?
È qui che entra in gioco il concetto di allineamento, che consiste nel comportarsi secondo quando concordato e deciso senza necessariamente essere pienamente d’accordo con tutto. In questa piccola differenza fra “condivisione” e “allineamento” sta una delle chiavi di risultati di successo sul lungo termine!
Se può capitare che un Team riscuota successi nel breve termine con un atteggiamento disallineato e disomogeneo, è estremamente difficile che questo possa portare a risultati nel lungo periodo. Una squadra con un comportamento di questo tipo, di fronte alle prime difficoltà, è destinata a sgretolarsi e cadere in balia di disaccordi e scontri fra i diversi componenti che, non avendo e non seguendo una direzione comune, “remeranno” ognuno nella propria direzione senza arrivare in realtà da nessuna parte perché “la barca è una”!
L’allineamento è un atteggiamento che richiede grande maturità e spirito di squadra.
Una frase che a me piace molto recita: “If you can’t be the sun, don’t be the cloud” (“Se non puoi essere il sole, non essere la nuvola”).
Quando lavoriamo in Team, capire questo e comportarsi con questo modo di fare significa essere un vero campione, un vero leader. Non sempre siamo nella condizione di “dettare le regole del gioco”, quindi se è sicuramente importante esprimere, nei giusti modi, il proprio punto di vista, è altrettanto importante, qualora non si riuscisse a convincere il nostro interlocutore, individuare una linea comune da seguire e perseguirla facendola nostra.
Attenti però alla trappola del “Te l’avevo detto io…” se i risultati non sono quelli desiderati. In un Team allineato questo non deve capitare perché in una squadra che lavora bene insieme ci si confronta e, se non riesco a far passare il mio punto di vista, il mio punto di vista deve essere quello del Team, non ci sono “se” e non ci sono “ma”.
Se alla prima occasione il nostro modo di fare è “Te l’avevo detto io…” invece che capire insieme “Cosa abbiamo sbagliato” per poi individuare “Cosa possiamo migliorare e come possiamo farlo” andiamo poco distanti e l’allineamento è solo fittizio.
In tutto questo in cosa può essere d’aiuto un Mental Coach?
Il supporto di un professionista può essere importantissimo in diverse fasi:
- Nella fase di preparazione e programmazione per fare in modo che gli obiettivi siano formulati nella maniera migliore possibile affinché possano essere raggiunti
- Nella fase di comunicazione al Team affinché questa avvenga nella maniera più efficace possibile
- Nella fase di messa in atto delle azioni concordate da parte dei singoli componenti, affinché quelli che non condividono siano quantomeno allineati
- Nei momenti di difficoltà affinché prevalga l’atteggiamento collaborativo invece di quello distruttivo e individualistico
Per fare questo ci sono diverse metodologie che si possono applicare, ma di questo magari parleremo in un altro articolo.
Un saluto e buone vacanze!
Di Pasquale Acampora
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Con questo articolo voglio condividere con voi alcuni aspetti pratici riguardo al mental training.
Fin dalle prime volte che sentivo parlare di “gestione dello stato”, “comunicazione efficace”, “tecniche di pnl”, ecc… ecc..., la mia mente ha sempre vagato alla ricerca di un filo conduttore che mi permettesse di poter organizzare sul campo degli allenamenti e delle esercitazioni in modo da poter massimizzare il rendimento dei giovani atleti.
Un ragazzo o una ragazza, con età compresa fra i 12 e i 16 anni, si trova in una fase della propria vita estremamente fertile per tutto ciò che riguarda l’apprendimento tecnico. L’utilizzo del coaching, cioè di una comunicazione appropriata e l’uso di tecniche atte ad esaltare il processo di assimilazione delle informazioni, ci permetterebbe di accorciare i tempi e ottenere risultati sempre più qualitativi.
L’idea di proporre una seduta di allenamento con una metodologia e una progressione “particolare”, è sbocciata quando mi sono accorto che quello che abbiamo sempre sentito dai massimi esponenti della formazione: “l’osservazione è la prima fase dell’apprendimento”, si sposava a meraviglia con uno dei dogmi della programmazione neuro linguistica: “modellamento dell’eccellenza”.
Cosa fanno le persone per ottenere un particolare risultato?
L’osservazione di cosa, come, quando e replicare il tutto per ottenere gli stessi risultati, è il modellamento.
Osservare un campione che esegue una tecnica in modo corretto durante la propria peak performance e poi imitarlo è uno dei metodi migliori per imparare ad eseguirla perfettamente.
E fin qui chiunque di voi potrebbe dire: "Ok, e cosa ci sarebbe di nuovo?".
Per ora assolutamente nulla. Adesso viene il bello!!!
Utilizzando un insieme di tecniche che la PNL ci mette a disposizione, possiamo esaltare e rendere ancora più efficace questo affascinante processo di apprendimento.
Le fasi che caratterizzano “l’allenamento induttivo” sono 5:

- Visione di un filmato
- Affabulazione e installazione di “istruzioni di processo”
- Esecuzione del gesto tecnico
- Visualizzazione interna
- Nuova esecuzione del gesto tecnico e feed back a “panino”.
Andiamo a vedere più da vicino ogni fase con la caratteristica che la contraddistingue.
- Nella prima fase, “visione di un filmato”, ai ragazzi viene fatto vedere un video, se fosse un montaggio di varie azioni più o meno simili dello stesso atleta sarebbe meglio, della durata di circa 10’ prima dell’allenamento. In questa fase avviene l’osservazione.
- la seconda fase, che si sovrappone alla prima, è caratterizzata dal racconto da parte del coach, della storia, degli aneddoti, dei sogni, delle speranze e dall’enfatizzazione delle similitudini fra il campione protagonista del filmato e gli stessi ragazzi quando aveva la loro età.
In una sola parola “affabuleremo” i nostri piccoli spettatori.
Questo è anche il momento dove, commentando l’esecuzione della tecnica, utilizzeremo parole chiave che ci consentiranno più avanti di tornare con facilità alle immagini in questione. Ad esempio: “…gambe piegate… mani aperte… testa alta… ecc... ecc...”.
Dopo circa 5’, nei quali i ragazzi si saranno ormai persi come in “trance” rapiti dalle immagini e dalle nostre parole, inizieremo a dare quelle che chiameremo “istruzioni di processo”.
Frasi rivolte ai ragazzi che avranno lo scopo di parlare alla loro parte inconscia con dei messaggi contenenti indicazioni tecniche o motivanti: “…vedete come è brava, quando sei concentrata riesci a fare tutto!!!” oppure, “…è proprio vero, tieni le braccia distese distanti dal corpo e sei perfetta!!!”, o anche, “…guardate come giocano, è come se si dicessero: “siamo una squadra forte, con un obiettivo unico e diamo il 100% ogni partita!!!”.
Mentre parliamo del filmato ci stiamo rivolgendo direttamente ai nostri ragazzi senza che loro se ne rendano conto.
- Terza fase. Andremo in campo e inizieremo l’allenamento come tutte le altre volte. Arrivati al momento dove è programmato il lavoro tecnico o di gioco che vogliamo replicare creeremo una esercitazione il più simile possibile a quella del filmato. Qui inizierà il modellamento da parte dei ragazzi, noi non daremo indicazioni particolari e ci limiteremo a parlare nello stesso modo utilizzato durante il video, ripetendo le parole chiave usate per commentare i gesti tecnici e notando eventuali variazioni nel loro comportamento.
- Quarta fase. Dopo aver osservato un po’ di lavoro fermeremo l’esercitazione, chiederemo ai nostri piccoli atleti di chiudere gli occhi e tornare con la mente al filmato visto prima dell’allenamento.
Da bravi mental coach faremo accedere i ragazzi ad una loro nuova risorsa, li renderemo consapevoli del fatto che hanno un modello da copiare sempre a loro disposizione.
Durante la visualizzazione faremo porre l’attenzione sui movimenti che il campione sta eseguendo, successivamente chiederemo loro di sostituirsi a lui nell’esecuzione “perfetta” del gesto tecnico.
- Nella quinta e conclusiva fase torneremo ad eseguire il lavoro programmato. Con l’utilizzo del modello di feed back a “panino”: cosa sta facendo bene, cosa deve migliorare e come fare per migliorarlo, enfatizzeremo come la visualizzazione interna del filmato li stia portando verso una peak performance.
In questa fase non è raro notare i ragazzi, mentre aspettano il loro turno, mimare ad occhi chiusi il movimento corretto, senza che noi lo avessimo chiesto!!!

Durante questa proposta di lavoro, che possiamo definire tranquillamente di sport coaching abbiamo affiancato alle normali metodologie di allenamento un insieme di tecniche di mental training molto facili da eseguire, che ci hanno portato via poco tempo e avranno affascinato e coinvolto i nostri futuri campioni.
Applicando almeno una volta alla settimana questo sistema noterete delle performance che vi sbalordiranno, nel giro di quattro settimane potreste vedere gli stessi risultati che avreste ottenuto in tre mesi.
Provatelo e poi fatemi sapere!!!
Di William Fiorani
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In questo articolo affronteremo una parte determinante dell’Allenamento Mentale che dovrebbe essere affrontata da subito dal Coach che si appresta a lavorare con un atleta.
Parleremo di un aspetto della prestazione che raramente viene affrontato con metodo a differenza dell’ambito aziendale dove il “goal setting” rappresenta uno strumento indispensabile, conosciuto ed utilizzato, di lavoro.
Possedere obiettivi ben formati rappresenta ciò che vogliamo, il risultato che vogliamo raggiungere. Rappresenta la rotta da seguire. E’ la guida che mantiene la rotta anche nei momenti bui, delle difficoltà e delle incertezze della difficoltà a raggiungere risultati. Avere ben chiaro l’obiettivo significa sapere verso quale direzione orientare tutti i nostri sforzi e le nostre risorse, il nostro piano di allenamento. E’ complesso ottenere ciò che si vuole quando si conosce la meta, figuriamoci quando non la si conosce.
Immaginati all’inizio di un viaggio, qual’è la prima cosa che ti chiede il navigatore quando ti appresti ad affrontare un viaggio e saliin macchina? LA DESTINAZIONE!!!
Spesso, nella prestazione sportiva, le persone hanno obiettivi generici o, peggio ancora, dettati da altri; tutto questo ci limita a vivere alla giornata, influendo in modo pazzesco anche sulla qualità dei nostri allenamenti. Esercitarsi ed impegnarsi tanto senza sapere cosa si vuole raggiungere non produce effetti significativi ma nonostante ciò, pare essere una delle attività più diffuse dalla maggior parte degli sportivi.
Conoscere ciò che vogliamo è indispensabile eppure, la formazione che abbiamo ricevuto e l’approccio votato al miglioramento fa sì che sia più facile concentrarsi su ciò che non vogliamo. Non vogliamo sbagliare, non vogliamo perdere la concentrazione, non vogliamo porgere il fianco all’avversario ecc….
Tutto questo orienta la nostra mente a cogliere tutti i dettagli legati alle difficoltà, falsando la percezione della nostra realtà.
Sarà scontato e facile comprendere come quell’atteggiamento di estremo coinvolgimento definito “passione”, e il piacere che deriva dalla pratica di un’attività, possano rappresentare il motore principale allo svolgimento di qualsiasi compito, di un programma di allenamento intenso e certamente dispendioso.
Ti sarà capitato di chiederti dove trovo la forza, la costanza d’applicazione nel fare una cosa ripetitiva nel tempo che include alti e bassi nelle prestazioni e nei risultati?
Cosa fa sì che i nostri pensieri vedano le rinunce necessarie (condurre una vita regolata, alimentazione curata, riposare correttamente, allenarsi diverse volte alla settimana) come un fatto normale e non ci facciano percepire il “sacrificio”?
Avrai sicuramente sentito parlare di motivazione e soprattutto notato l’uso smodato del termine, nei discorsi delle persone, sulla stampa e in tutte quelle occasioni in cui si parla di un processo finalizzato al raggiungimento di una performance, in ambito sportivo e no.
Bene, ora rifletti un attimo e pensa: cosa rappresenta per me la motivazione ? Nella mia esperienza ogni volta che ho posto questa domanda, mi sono trovato di fronte a voli pindarici che ricercavano definizioni complesse, piene di paroloni ma prive di un significato chiaro e preciso. Analizziamoinsieme la parola stessa MOTIVAZIONE. Se la osservi attentamente e la dividi a metà, otterrai due parole MOTIV e AZIONE.
Il nostro approccio è proprio determinato da questo pragmatismo ossia, la motivazione rappresenta una situazione in cui ho un BUON MOTIVO per fare una cosa (AZIONE)!!!
Il tutto può sembrare banale e scontato, ma ti posso garantire che in moltissimi casi non è così.
Siamo proprio certi che tutto quello che facciamo ha, per noi, un buon motivo per essere fatto?
Siamo certi che tutto quello in cui investiamo energie sia realmente importante per noi piuttosto che per altri?
Quando riusciamo ad ottenere risultati duraturi?
Certamente nel momento in cui lo desideriamo con tutto noi stessi, per quello che rappresenta e per tutto ciò che ne ricaviamo, che otterremo raggiungendo quell’obiettivo.
Immagina a quando si desidera fortemente una cosa; la mente si concentra incessantemente su di essa e a come riuscire ad ottenerla, a cosa fare per raggiungere quell’obiettivo.
Pensiamo ad una gara importante per la nostra carriera. In questo caso, vista la posta in palio, saremo disponibili a sottoporci a programmi di allenamento veramente intensi, a sacrifici e dispendio di energie che in altri momenti della nostra vita non sarebbero nemmeno ipotizzabili.
Il motivo in questione è sicuramente molto forte e il “premio” in palio, giustifica ampiamente il “prezzo” da pagare.
Prendiamo ora in considerazione la maggior parte delle situazioni che si presentano nella nostra carriera e soprattutto come ci si comporta normalmente.
In quante situazioni della nostra stagione sportiva siamo veramente al massimo della nostra condizione?
Perchè spesso partiamo già con l’idea di voler ottenere il massimo ma non siamo disponibili a spenderetutto per comportarci al massimo?
Spesso ci accontentiamo di non perdere. Ma non perdere non significa vincere.
Possiamo accettare che esistano situazioni nelle quali “limitare i danni” può bastare ma si tratta di episodi.
La spiegazione più frequente a questo fenomeno, risiede nel fatto che i singoli momenti di una stagione, non vengono vissuti come vari tasselli di un puzzle che insieme formano l’immagine completa, ma piuttosto come singoli eventi con significati legati al momento.
Ogni singolo tassello consente la formazione di un qualcosa di molto più grande, si tratta di una partita che non si sviluppa secondo i classici punteggi e che come tutte le partite va preparata a dovere.
In altri post affronteremo anche come programmare nella pratica obiettivi che ci aiutino a vivere il percorso per il raggiungimento di una performance come un viaggio organizzato nei minimi dettagli.
Rimanete sintonizzati!!!
Di Roberto Merli
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