Una delle esperienze più significative nella mia attività di mental coach, che ho il piacere di condividere, è la storia di Antanas Kavaliauskas, un giocatore lituano di 207 cm cresciuto cestisticamente in USA.
Nell’anno sportivo 2010-2011 ricoprivo, nella squadra in cui militava, inizialmente il ruolo di preparatore fisico e, in un secondo momento, quello di mental team coach.
AK, come viene chiamato, arrivava con un pedigree di altissimo livello, anche se era reduce da un anno travagliato, complice una operazione dopo la rottura del legamento crociato anteriore.
Oggi vorrei far cadere la tua a attenzione sull'importanza che ha la percezione, sotto diverse aspetti, in ogni sport e come si possa allenare e migliorare attraverso sessioni di Sport Coaching.
Buongiorno! Ci siamo lasciati personalmente lo scorso marzo con un grande risultato sportivo di Davide, in quell’occasione ti ho accennato alcuni segreti del suo allenamento mentale.
Tra qualche ora mi vedrò con un giocatore professionista di volley che ho seguito come sport coach durante quest’ultima stagione che è terminata ufficialmente ieri.
Si esatto. In quest’articolo sull’allenamento mentale parlo di un Mental Coach che ha perso. Molto spesso avrai letto di vittorie strepitose grazie al Mental Coaching. Di ostacoli superati e di obiettivi raggiunti. Oggi però voglio parlarti di sconfitte. Di quelle che bruciano. Di quelle che ti fanno stare sveglio la notte a ripensarci. E di lettere.
Ecco una delle arti in cui moltissimi atleti, dirigenti e società con cui ho lavorato come mental coach sono maestri: la “scusite” ossia l’arte di trovare delle scuse per non aver fatto le cose oppure per non aver ottenuto la performance che desideravano.
Nella top ten delle scuse troviamo: “è colpa dell’allenatore perché…”, “è colpa della società perché non…”, “non si può giocare su un campo del genere”, “è colpa del preparatore atletico perché…”, “è colpa del mio compagno di squadra perché…”, “i tifosi ce l’hanno con me e mi creano stress”… e sai benissimo che potrei continuare con una lunga lista.
Ma gli atleti non sono gli unici. Dall’altra parte ci sono staff e società: “se fosse andato a letto prima…”, “è colpa sua che non si impegna come dovrebbe”, “è colpa sua perché manca di motivazione”, “non si comporta da atleta professionista”, “gli sponsor non ci hanno pagato”…
Insomma la morale è che è SEMPRE COLPA DI QUALCUN ALTRO e nessuno tende a prendersi le proprie responsabilità! Questo vale ovviamente in primo luogo per gli sport di squadra, ma ho visto anche atleti di sport individuali esercitarsi nel trovare scuse creative.
Sai quando nascono i veri problemi? Quando una persona arriva a raccontarla (e raccontarsela) così bene che inizia a crederci veramente!
Ok, non voglio farla troppo lunga sul concetto, a buon intenditor poche parole… vorrei invece soffermarmi sul come “curarsi” da questa malattia che infetta lo sport.
Rudyard Kipling diceva: “Ci sono quaranta milioni di ragioni per fallire, ma non una sola scusa”. La storia è piena di personaggi che avrebbero avuto delle ragioni eccellenti per fallire, eppure rifiutarono di darsi per vinti! Vuoi sapere qual è l’antidoto? È il tuo atteggiamento mentale… e, come ogni altra abilità, anche questo può (e deve) essere allenato!
Non so se il nome Johnny Weissmuller ti dice qualcosa: nel suo palmares di campione di nuoto puoi trovare 5 ori olimpici, 52 titoli nazionali statunitensi e 67 record mondiali stabiliti in carriera… non male, eh? Ma essendo gli anni ‘20 forse andiamo un po’ troppo indietro per ricordarlo… vediamo se ti aiuta quest’altro passaggio: finita la sua carriera da nuotatore Johnny, con il suo fisico statuario, si diede al cinema e passò alla storia per essere diventato il primo e più famoso “Tarzan” del grande schermo. Perché ti ho raccontato questa storia? Perché Johnny Weissmuller prima di essere Tarzan e prima di essere un campione di nuoto, era un ragazzino poliomielitico (e ti ricordo che siamo attorno al 1915), che iniziò a nuotare perché il medico gli disse che poteva aiutarlo nel combattere la sua malattia… aveva un’importante scusa fisica, ma non lo fermò!
Veniamo ai nostri giorni. Conosci il giocatore di basket Nate Robinson? Lo scorso febbraio ha vinto per la terza volta lo storico NBA Slam Dunk Contest (2006, 2009, 2010), l’annuale “gara delle schiacciate” a cui partecipano i migliori giocatori dell’NBA. Se non segui la pallacanestro probabilmente ti starai chiedendo “beh cosa c’è di strano?”. Ebbene, Nate Robinson è alto 1 metro e 75 (con le scarpe)… In mezzo a questo mare di giganti spicca un nanerottolo che ha deciso di non fermarsi al “cambia sport, tanto sei un tappo e non arriverai mai da nessuna parte” e si è andato a conquistare uno degli storici trofei del campionato più prestigioso del mondo. In una delle sue epiche schiacciate, ha addirittura saltato sopra all’avversario Dwight Howard (vedi la foto), un armadio a quattro ante alto 2 metri e 11.
Ti parlo di Nate perché (almeno guardando i risultati) credo sia un esempio del tipo di atteggiamento che dovrebbe avere un atleta.
Tutti gli atleti di successo con cui ho lavorato da mental coach, hanno in comune una cosa: non cercano qualcuno o qualcosa su cui scaricare la colpa e si concentrano invece su cosa possono fare per cambiare un risultato che non li soddisfa. Il lamentarsi e il trovare delle scuse sono il cancro dell’atteggiamento che, invece, fa ottenere risultati eccezionali addirittura ribaltando i pronostici più “ragionevoli”.
Se vuoi davvero qualcosa hai non solo il diritto, ma anche il dovere di giocarti tutte le tue carte. E soprattutto non devi essere tu il primo a razionalizzare il non averci provato con qualche scusa più o meno plausibile e motivata.
Rimanendo in tema basket, Michael Jordan ha intitolato un suo libro I can’t accept not trying, non posso accettare di non provarci… credo che valga la pena di fare tua questa filosofia!
Se hai voglia di cimentarti, questo è un esercizio utile di allenamento mentale che faccio fare durante le sessioni di sport coaching:
- Scrivi quali sono le cinque maggiori scuse e “false” razionalizzazioni che usi di solito per evitare i passi più importanti nel raggiungimento dei tuoi obiettivi.
- Nelle prossime tre settimane prendi l’impegno di non utilizzare nessuna di queste scuse e, nel caso ti trovassi in una situazione in cui ti farebbero comodo, fai un bel respiro profondo e agisci con determinazione.
Ti lascio con un video molto bello in cui è proprio protagonista Michael Jordan. Dura solo 1 minuto ed è sottotitolato in italiano… trai ispirazione!
Nel mio ultimo articolo ti ho promesso che ti avrei raccontato perché nel lavoro di sport coaching uno degli elementi fondamentali per migliorare le prestazioni è visualizzare.
Ciao a tutti sono Danilo, con questo mio primo articolo del blog vi parlerò di come i grandi campioni utilizzano (consciamente o inconsciamente) tecniche di Mental Coaching per raggiungere grandi e grandissimi risultati.
Come promesso nell’articolo precedente, sono ad illustrarvi un’applicazione concreta di come il mental coaching e l’anticipazione mentale del successo possono farti sfruttare al massimo un calcio di punizione.
Mi rendo conto che il titolo sia molto forte, ma grazie al mental coaching, sto diventando un attento osservatore delle dinamiche della nostra mente e credo fortemente che nella maggior parte dei casi sia davvero così: FATICA FISICA = BULLSHIT!
Se dovessi pensare ad una delle attività più comuni che gli sportivi fanno il giorno dopo la gara, probabilmente direi “comprare la Gazzetta dello Sport” (o qualunque altro giornale che parli della loro prestazione del giorno prima) oppure guardare i commenti su internet! :-)
Lo so, me ne rendo conto... il titolo di questo articolo potrebbe apparire strano... e la domanda è strana... e cosa c’entrano il mental training e la concentrazione con queste “linee del tempo” (chissà che roba è!!!)? Forse che lo sport coach debba fare il metereologo???? :-) No no frena un secondo, lascia che ti spieghi meglio :-)
Ciao a tutti, proseguiamo la condivisione di argomenti specifici del Mental Training affrontando una situazione che, per esperienza diretta, ho trovato essere comune alla maggior parte degli sportivi.