Quanto incide lo staff sulla crisi di risultati di una squadra? Tanto!!! E' per questo che un buon allenatore deve sapersi comportare anche da Sport Coach. Qualche mese fa è uscito un articolo di un nostro Super Coach, “Giuse” Montanari, che parlava proprio dell'importanza di questa doppia figura. Nel caso specifico veniva trattata la costruzione di un ambiente motivante.
Come stavamo dicendo nelle prime righe, è dalla “panchina” che deve partire il primo imput verso un atteggiamento vincente e determinato alla conquista del risultato. Allenatore, assistenti, dirigente, accompagnatore, massaggiatore....ecc ecc, sono determinanti col loro atteggiamento sulla condizione mentale dei giocatori.
Ultimamente mi trovo spesso a riflettere su quante cose facciano in effetti la differenza e quanto possa essere efficace l'allenamento mentale per identificarle. Evidentemente non sto parlando solo di sport ma di ogni aspetto della vita di tutti giorni, del lavoro, degli hobby e dei nostri interessi in generale.
Prima di parlarti dell’argomento di Mental Coaching di cui mi voglio occupare oggi, voglio che guardi questo video; se lo hai già visto, come è capitato a me qualche decina di volte, credo che possa sempre essere di ispirazione, e se invece non lo hai ancora visto, allora ti consiglio di noleggiare il film appena puoi!
Qualche giorno fa stavo leggendo la trascrizione di un’intervista molto interessante fatta a Claudio Ranieri (l’attuale allenatore dell’Inter) su Inter Channel. Durante un passaggio in cui ha fatto riferimento ai risultati di Mourinho, l’allenatore nero azzurro si è soffermato sulla figura del Mental Coach all’interno dello staff.
Prima di tutto voglio farti i miei più sentiti auguri da parte mia e da tutto il team Ekis Sport Coaching per un 2012 pieno di emozioni e poi raccontarti una breve storia per introdurre una riflessione di inizio anno: competere o collaborare?
“Quel giocatore vince perché ha del talento!” Hai mai sentito queste parole? Se sei un atleta professionista sai che non è affatto vero: il talento da solo non basta!
In tutti gli articoli precedenti abbiamo sottolineato l’importanza enorme dell’allenamento mentale nello sport… oggi voglio concentrarmi su un altro fattore di fondamentale importanza per la peak performance.
Nella mia carriera di mental coach ho potuto vedere molte persone con grande talento… ho incontrato grandi talenti anche sulle Ramblas di Barcellona, sul lungomare di Venice Beach e in tantissimi altri posti… ma, che io mi ricordi, nessuno di loro è diventato professionista (o credo che ne avremmo sentito parlare alla televisione e sui giornali con titoli tipo "da artista di strada ad atleta professionista: la vera storia di…" :-) ).
Nelle sessioni di sport coaching con le squadre (quello che in gergo chiamiamo team coaching), molti allenatori mi hanno detto “… e infine lui/lei è il nostro talento che ci ha permesso di vincere le competizioni”. E io immancabilmente sorrido: chissà come mai il talento lo riconosco sempre, anche se non sono pratico dello sport in cui mi chiamano a fare allenamento mentale.
Infatti non servono grandi abilità di PNL (Programmazione Neuro Linguistica, la disciplina che studia l’eccellenza umana) per notare una caratteristica che accomuna i veri grandi talenti: la verità è infatti che quel “talento”, diventato professionista, è solitamente il primo che arriva in palestra e l’ultimo ad andare via… la caratteristica si chiama: LAVORO SODO!
Qualche tempo fa ho letto un’intervista a Nadia Comaneci. Come probabilmente ricorderai, Nadia fu la prima ginnasta al mondo che, alle Olimpiadi di Montreal del 1976, a soli 14 anni ottenne il 10 perfetto. E non una volta sola, bensì sette.
In un passaggio di quell’intervista Nadia dice: “Lavoro su un determinato movimento costantemente, finché a un tratto smette di sembrarmi così rischioso. Il movimento rimane pericoloso e sembra pericoloso ai miei avversari, ma non a me. Il lavoro duro l’ha reso semplice. Questo è il mio segreto. Questo è perché vinco”.
Ecco il segreto di Nadia e di tutti i campioni: il lavoro duro. E godono a farlo!!! Sono “ossessionati” dalla loro disciplina, vogliono migliorarsi continuamente… allenano costantemente il loro talento e non lo fanno perché devono, lo fanno perché vogliono!
Quando Tiger Woods stava scalando la vetta del PGA Tour, potevi viaggiare a notte fonda di fronte al suo campo pratica e vedevi tutte le luci accese mentre lui provava e riprovava lo swing.
Non so se il nome Karch Kiraly ti dica qualcosa: va bene, se sei appassionato di pallavolo ho appena detto una bestemmia e mi scuso (d’altronde mica tutti i lettori del blog seguono la pallavolo… e se invece sei pallavolista e non sai chi è Kiraly, fai penitenza e vai a studiare ;-) ). In ogni caso “King” Karch è l’unico giocatore che ha vinto tre Ori Olimpici in due discipline diverse (pallavolo e beach volley): grande talento e soprattutto… altro grande lavoratore!
Ho avuto la fortuna di vederlo spesso giocare e mi ha sempre colpito il suo atteggiamento nei confronti dell’errore: aveva una repulsione totale! Se lo guardavi attentamente notavi un’avversione fisica allo sbaglio e a tutto ciò che non era “corretto”. E ciò lo spingeva ad allenarsi ore ed ore (anche da solo contro il muro) con instancabile determinazione per ottenere il “miglior gesto possibile”.
Larry “the legend” Bird, lo storico cestista NBA dei Boston Celtics, ripeteva sempre che “un vincente è qualcuno che riconosce il suo talento naturale, lavora sui suoi limiti per tramutarli in abilità, e usa queste abilità per realizzare i suoi obiettivi”.
Se pensi ai grandi campioni che hanno scritto la storia dello sport noterai che, dietro al talento, c’è sempre un’instancabile voglia di allenarlo. Come direbbe il mio amico e collega Livio Sgarbi, vogliono vivere ogni giorno la loro “magnifica ossessione” :-)
Anche Michael Jordan è nato con un evidente talento, ma non è per questo che ha vinto così tanto. Lui stesso ammette di aver raggiunto quei risultati solo perché ha dedicato ogni singolo istante della sua vita al basket. E quando le persone attribuiscono il suo successo solo al talento, lui si “infastidisce” e risponde: “In molti hanno talento, ma l’abilità richiede un lavoro duro… Molta gente crede che il mio modo di giocare sia stato un dono di Dio, mentre in realtà è soprattutto il frutto di ore di lavoro in palestra”.
Potrei citarti tantissimi altri esempi, ma credo tu abbia capito il concetto. Concludo l’articolo con una frase di Usain Bolt, il nuovo talento della velocità: “Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta. E' il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach. Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione”.
Quindi, non mi resta che augurarti di fare un eccellente e “duro” lavoro ;-)
P.S. Visto che ne ho parlato prima, ti ho messo questo video della pubblicità dell’Adidas con protagoniste Nadia Comaneci e il “talento” Nastia Liukin: prenditi qualche secondo per guardare e ascoltare… ;-)
Ciao Alessandro,
come sempe i tuoi articoli sono ricchi di spunti e riflessioni...come non essere daccordo con ciò che scrivi e ciò che certi campioni dicono!!!
Quindi LAVORIAMO DURO, perchè se lo fanno gli elementi dotati di talento significa che è la strada per raggiundere l'eccellenza...
assolutamente d'accordo su tutto e soprattutto sulla ricerca del continuo e costante miglioramento.
Spesso, per evitare di "metterci sotto!" ci rifugiamo dietro a scuse (non ho tempo, mi aspetta la mia fidanzata, mi sono già allenato ieri,l'ultima gara l'ho vinta, ecc, ecc...) che a breve termine possono sembrare più che legittime.
Riconosco io stesso che, tutte le volte che ho lavorato duramente per un qualcosa di "Veramente Valido", il risultato non è mancato e soprattutto mi stimolava per allenarmi ancora di più per arrivare a superarlo.
Ciao Alle! grazie per questo tuo interessantissimo articolo. Pensa che non piu' di un'ora fa cercavo proprio Nadia Comaneci in FB. Avendo un bel trascorso da ginnasta, il ricordo di Nadia sulla trave e sulle parallele è per me un'àncora che utilizzo tuttoggi: precisione, movimento definito, espressività, dolcezza, energia,costanza, caparbietà... e VOGLIA, desiderio di eccellenza.
A quei tempi l'allenatore utilizzava... bastone bastone bastone ... e ogni tanto dava una carotina. E quella carotina era una vagonata di positività! Era una "lenza" a cui la mente positiva del "pesce/atleta" abboccava: e la voglia di "lavorar sodo", come tu giustamente hai scritto, aumentava a dismisura.
Grazie Alle per aver riportato a galla questi miei pensieri.
Nel mio ultimo articolo ti ho promesso che ti avrei raccontato perché nel lavoro di sport coaching uno degli elementi fondamentali per migliorare le prestazioni è visualizzare.
Come promesso nell’articolo precedente, sono ad illustrarvi un’applicazione concreta di come il mental coaching e l’anticipazione mentale del successo possono farti sfruttare al massimo un calcio di punizione.
Ciao a tutti sono Danilo, con questo mio primo articolo del blog vi parlerò di come i grandi campioni utilizzano (consciamente o inconsciamente) tecniche di Mental Coaching per raggiungere grandi e grandissimi risultati.
Se dovessi pensare ad una delle attività più comuni che gli sportivi fanno il giorno dopo la gara, probabilmente direi “comprare la Gazzetta dello Sport” (o qualunque altro giornale che parli della loro prestazione del giorno prima) oppure guardare i commenti su internet! :-)
Ciao a tutti, proseguiamo la condivisione di argomenti specifici del Mental Training affrontando una situazione che, per esperienza diretta, ho trovato essere comune alla maggior parte degli sportivi.
Ecco una delle arti in cui moltissimi atleti, dirigenti e società con cui ho lavorato come mental coach sono maestri: la “scusite” ossia l’arte di trovare delle scuse per non aver fatto le cose oppure per non aver ottenuto la performance che desideravano.
Mi rendo conto che il titolo sia molto forte, ma grazie al mental coaching, sto diventando un attento osservatore delle dinamiche della nostra mente e credo fortemente che nella maggior parte dei casi sia davvero così: FATICA FISICA = BULLSHIT!